a proposito di propositi…

Fare esercizio fisico per almeno due volte la settimana, mangiare in un modo più sano e corretto, perdere peso, svegliarsi presto, smetterla di procrastinare (la tendenza sistematica a rimandare i nostri doveri), essere più organizzati, gestire meglio il proprio tempo… chi di noi non si è mai dato questi (o altri) obiettivi per migliorarci la vita?

L’inizio dell’anno rappresenta anche un “cambio pagina” psicologico che facilita la definizione formale dei cosidetti “buoni propositi” cioè degli obiettivi che vorremmo attuare.

Questa tradizione più caratteristica del mondo anglosassone (dove infatti l’influenza protestante del senso dell’impegno e del dovere è più radicata rispetto la cultura cristiano cattolica) prevede la definizione formale di questi scopi che dovrebbero migliorare la qualità delle nostre vite.

Come spesso, ma non sempre, accade il fatto che queste tradizioni popolari siano durate per molto tempo e si siano diffuse con facilità, nel senso che sono state utilizzate in maniera crescente da molte persone per più generazioni, dimostra come esse utilizzano con efficacia alcuni principi psicologici molto radicati nella mente umana.

Prenderò ora in considerazione, a titolo d’esempio, uno di questi principi.

Come ha dimostrato il prof. Robert Cialdini ed altri, il prendere un impegno pubblico (per “pubblico” qui si intende un impegno che non rimane unicamente confinato al nostro dialogo mentale interno) significa aumentare la probabilità di portare a termine quel determinato impegno.

Dal punto di vista pratico ciò vuol dire che tra porsi “solo” mentalmente come obiettivo un determinato comportamento e scrivere formalmente di perseguirlo o, ancora meglio scrivere e dichiararlo ad un altra persona che ci conosce, c’è una grande differenza.

Dal punto di vista strettamente logico/razionale questa differenza potrebbe non apparire così evidente (“che differenza fa? io ho sempre la stessa intenzione di effettuare quel comportamento, che lo dica a qualcuno o meno.”) ma in realtà le nostre azioni sono guidate anche da un piano che è meno facilmente ascrivibile ad una logica cognitiva così semplice.

D’altronde se così non fosse perchè molte persone che vogliono smettere di fumare non ci riescono? perchè molte persone non riescono a dimagrire? ecc.. Razionalmente sanno esattamente cosa dovrebbero fare per perseguire i propri scopi ma non riescono ad attuare le loro intenzioni.

Chiaramente la “dichiarazione” pubblica implica la possibilità maggiore di trovarsi di fronte all’evidenza esterna di una mancata applicazione di quel comportamento (“ma non avevi detto che avresti voluto fare due allenamenti settimanali?”, “non dovevi cominciare a mangiare meno dolci?”, “per fortuna che ti eri ripromesso di non fumare più!”) ed è proprio questa leva psicologica che ci induce ad essere oculati nel dichiarare pubblicamente le nostre intenzioni.

I sensi di colpa per la mancata applicazione dei nostri propositi, i continui tentativi di procrastinare (“vabbè comincierò la dieta da domani…”) ed altre dinamiche psicologiche come il riderci sopra altro non sono che meccanismi per gestire e/o disinnescare il risultato che il nostro continuo monitoraggio mentale fa confrontando ciò che ci siamo prefissi con ciò che in realtà abbiamo effettivamente realizzato.

E’ chiaro che non tutto si esaurisce con la dichiarazione pubblica delle nostre intenzioni però, a parità di altre condizioni, un elemento che può fare la differenza tra avere solamente intenzione di… e realizzare concretamente ciò che si è pianificato è proprio questa.