LE FOIBE, I COLORI DELLA MEMORIA E L’IMPORTANZA DI STUDIARE LA PSICOLOGIA SOCIALE

Il 10 Febbraio ricorre il giorno della memoria dedicata alle migliaia di vittime delle foibe e l’esodo Giuliano-Dalmato di quasi 300 mila persone. 

Foiba

La dittatura titina, in seguito alle brutali esecuzioni eseguite dal regime fascista in precedenza, massacrarono nelle foibe (voragini di centinaia di metri che si trovano del territorio carsico) migliaia di italiani etichettati come “fascisti” (in quanto italiani) ma a questa tragedia si aggiunse il trauma di piu’ di un quarto di milione di profughi italiani che, fuggendo dalle loro case per paura di essere perseguiti ed uccisi, una volta arrivati in Italia non si videro compresi ed accettati nella propria patria dai loro stessi concittadini.

Solo meno del venti per cento di italiani rimasero nelle loro case nel territorio che prima era italiano e che adesso apparteneva al regime titino. Le molte testimonianze di vita di chi non abbandono’ la propria casa dimostrano che oltre alla disperazione provocata dalla separazione dai propri cari e dalla propria collettivita’ dovettero anche affrontare una convivenza molto difficile con le altre etnie e dalla politica di regime che nego’ loro l’integrazione sociale perche’ mal tollerava gli italiani e la loro cultura. 

Gli esuli che decisero di abbandonare la loro terra natia, le loro case e i loro cari si ritrovarono nella triste situazione di essere riconosciuti profughi nella propria patria, considerati da molti come “slavi” (nel senso di non italiani) e dalla maggior parte come “fascisti”. Nel contesto anti fascista del primo dopoguerra gli italiani additavano i profughi dalmati e giuliani come stranieri che volevano “rubare” loro il lavoro.

Oltre il dramma vissuto dall’esodo e dai morti si aggiunse la speranza tradita di una patria che non li riconosceva ne come cittadini ne come vittime di un evento della storia tragico quanto particolarmente scomodo da comprendere e collocare nella cultura e dalla politica di allora.

La linea di confine tra una nazione e l’altra si era nuovamente spostata velocemente, nel giro di pochi anni il sentimento che precedentemente sosteneva il regime fascista in Italia si era trasformato in un forte antifascismo cosi’ le vittime dell’esodo si ritrovarono intrappolati in un limbo psicosociale dove la difficolta’ psicologica e culturale di identificarli come italiani e antifascisti (tanto quanto gli “altri” italiani) fece crescere un sentimento di ostracismo e avversione sociale nei confronti di coloro che arrivavano da quei territori ex italiani.   

Il boicottaggio dei vagoni ferroviari carichi di esodati a Bologna e gli oltre 120 tra centri di raccolta profughi e campi profughi sparsi in tutt’Italia (che per molti si trasformarono per molti non in una soluzione temporanea ma un lungo calvario che duro’ per parecchi anni addirittura per alcuni fino agli anni 70 del Novecento) sono la testimonianza delle generali emozioni di rifiuto psicologico degli italiani nei confronti delle vittime dalmato-giuliane.

In quegli anni la vita del profugo era caratterizzata da forti ristrettezze economiche e una ghettizzazione operata dai propri connazionali e dalle loro istituzioni che li rendeva privi dei dei piu’ elementari diritti sociali ed umani fino ai nostri giorni.

Cosi’ come molti ebrei negli anni successivi l’Olocausto i profughi italiani impararono che era “meglio” evitare di parlare pubblicamente della propria storia per non essere erroneamente giudicati e subire pericolosi e dolorosi stereotipi sociali da parte delle persone che non avevano vissuto, o comunque non conoscevano bene, la loro tragica storia.

Per evitare di essere ghettizzati ed in qualche modo perseguitati socialmente anche una volta esodati nella propria patria, le vittime italiane per molto  tempo non raccontarono pubblicamente la loro storia per questo crearono come unica alternativa degli incontri tra di loro dove era possibile parlare e condividere la propria memoria ed il proprio passato liberi, ed al sicuro, dal forte e pericoloso rischio di essere vittime nuovamente di errati stereotipi sociali. Solo in questi contesti riservati lontani dalla dimensione pubblica i profughi dalmati e giuliani potevano esser certi di essere compresi ed accolti; le persone che facevano parte di questi incontri avevano condiviso direttamente o indirettamente gli stessi drammatici eventi e questo era la garanzia stessa di non essere dolorosamente fraintesi.

Ho la fortuna di conoscere cari amici che hanno vissuto direttamente queste tristi vicende e mi sono sempre chiesto quanto dovesse essere frustrante e traumatico subire il doppio torto di essere vittime di fatti simili e di non poterne nemmeno parlare pubblicamente per il pericolo di essere considerati colpevoli di colpe mai commesse. Per il forte pericolo quindi di essere considerati come carnefici anziché come vittime. 

La triste storia di queste persone deve essere compresa sia per dare almeno giustizia alle tante persone che hanno sofferto doppiamente il dramma delle foibe, dell’esodo e dell’ostracismo vissuto in Italia dai propri connazionali sia perche’ serva da monito a comprendere come si sviluppano certe dinamiche psicosociali che possono purtroppo produrre tanta sofferenza anche a distanza di molti decenni.

A questo proposito gli esperimenti di psicologia sociale del prof. Phil Zimbardo (Stanford University) dove si comprende come persone “normali” possano, in particolari contesti, compiere atti di profonda cattiveria o il famoso esperimento del prof. Stanley Milgram (Harvard University) che identifico’ perche’ il ruolo dell’ autorita’ possa alimentare comportamenti malvagi, sono forse tra i piu’ noti esempi di quanto alcune conoscenze scientifiche dovrebbero essere tradotte in conoscenze educative e sociali importanti per evitare attivamente dolorosi fatti della nostra Storia recente.

Sono personalmente convinto che la sola memoria passiva di fatti anche orrendi avvenuti in passato non sia sufficiente di per se’ a garantire che la Storia non si “ripeta” riproponendo antiche sofferenze a nuove persone che si trovano in contesti geografici o temporali differenti. Purtroppo la mera descrizione storica che si puo’ trovare in un noioso libro di storia non ha il potere di trasferire nemmeno lontanamente le forti emozioni umane legate a questi fatti proprio per questo occorre trovare il modo di rendere la memoria di questi eventi piu’ attiva, vivida e personale anche attraverso la testimonianza delle persone che direttamente hanno vissuto questi drammi oltre che lo studio delle dinamiche psicosociali coinvolte in queste tragedie. 

A tal proposito per comprendere gli illuminanti studi di psicologia sociale di Zimbardo e Milgram non serve assolutamente riproporre l’intensita’ emotiva negativa che caratterizzo’ questi stessi studi per questo sono certo che sarebbe altamente auspicabile insegnarli gia’ alle nuove generazioni in tenera eta’ scolare adeguando naturalmente il linguaggio. Uno splendido esempio di quanto dico e’ l’Heroic Imagination Project promosso dal prof. Zimbardo.

La memoria, cosi’ come i morti, hanno spesso un “colore” quando fanno parte della Storia recente, per questo motivo gli orrori descritti da questo articolo sono stati a lungo dimenticati dalla politica italiana che non riuscendo facilmente ad “etichettarli”  e collocarli come neri o rossi li ha semplicemente negati ed interdetti dai libri di storia fino a qualche anno fa.

“Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente. Mentre, infatti, sul territorio italiano la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell’oppressione – ha detto ancora il capo dello Stato – e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave”. Lo ha detto il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, il 9 Febbraio 2019, in occasione del quindicesimo anno di commemorazione del Giorno della Memoria dedicata alle vittime della Foiba e l’esodo Dalmato Giuliano.

Il Presidente Mattarella aggiunge: “Tra le vittime italiane vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni. […] Non si trattò – come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare – di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni. Solo dopo la caduta del muro di Berlino – il più vistoso, ma purtroppo non l’unico simbolo della divisione europea – una paziente e coraggiosa opera di ricerca storiografica, non senza vani e inaccettabili tentativi di delegittimazione, ha fatto piena luce sulla tragedia delle foibe e del successivo esodo – ha detto il capo dello Stato -, restituendo questa pagina strappata alla storia e all’identità della nazione”.

Molto spesso solo il Tempo riesce a sbiadire il colore della memoria dei pregiudizi permettendo di capire cosa realmente e’ successo. 

Unicamente la precisa comprensione dei fatti storici, personali e delle dinamiche psicosociali in atto puo’ rendere vera giustizia alle persone che hanno vissuto traumi cosi’ intensi dando la possibilità e la speranza alla collettivita’ di non ripetere gli stessi tragici errori avvenuti nel passato.

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