Il concetto di Fitness in Psicologia

 

Il concetto di fitness, anche se generalmente riferito allo stato di salute fisica, è un concetto complesso che abbraccia indirettamente lo stato mentale visto che una vasta letteratura scientifica indica sempre più chiaramente un legame molto stretto ed indissolubile tra ciò che definiamo più mentale e ciò che ci appare come più fisico/biologico.

Anche gli antichi coglievano questa stretta relazione sintetizzandola in frasi come “mens sana in corpore sano”, oggigiorno però la scienza aggiunge un tassello fondamentale al quadro generale portando evidenze anche della direzione opposta a quella descritta dalla frase latina nel senso che anche la qualità del mentale influenza le proprietà fisiologiche del nostro corpo.

Il premio Nobel per la medicina Elizabeth Blackburn insieme ad altri colleghi hanno dimostrato che non sapere gestire efficacemente lo stress accelera il processo d’invecchiamento cellulare genetico predisponendo a molte malattie cardiocircolatorie, immunitarie ed oncologiche. Al contrario, a coloro i quali venivano insegnate tecniche antistress accadeva che il processo di invecchiamento cellulare rallentava modificando l’espressione genetica.

A mio avviso questo studio ha segnato una svolta nella storia della biologia e della psicologia perché per la prima volta si è dimostrata scientificamente la connessione tra il livello psicologico, dove percepiamo lo stress, e il livello biologico per antonomasia ossia quello relativo il materiale genetico contenuto in tutte le cellule del nostro corpo.

Allo stesso tempo questo particolare studio evidenzia l’importanza dei meccanismi epigenetici della nostro funzionamento cellulare, l’importanza cioè delle comunicazioni interne al nostro organismo (dal piano psicologico e quello cellulare) che regolano cosa deve essere espresso o meno dalla nostra memoria genetica in risposta a questa comunicazione.

La complessità psicobiologica che ci caratterizza non può non essere considerata dal concetto di fitness ne nella sua accezione più tradizionale limitata agli aspetti più fisiologici ne tantomeno in quella più articolata e moderna che include anche l’aspetto mentale.

Se ci pensiamo bene, il valore della performance espressa da un atleta ad esempio è sempre il riflesso della sua dedizione, della motivazione e la sua disciplina nell’allenarsi tenendo fede ai suoi obiettivi e proprio per questo motivo è così significativa del suo valore. Ammiriamo gli atleti come Jury Chechi, Federica Pellegrini o Valentina Vezzali perché sappiamo più o meno coscientemente quanta determinazione, impegno e dedizione ci sia dietro alle loro performance.

Non è un caso che ad un certo livello di performance si parla di “mental training” vista l’importanza che ha sul risultato finale.

I recenti sviluppi delle neuroscienze hanno dimostrato che caratteristiche quali un attitudine positiva, la resilienza (cioè la capacità di affrontare in maniera propositiva le difficoltà), l’efficacia nella gestione dello stress sono dimensioni che si possono migliorare notevolmente “allenandole” al fine di migliorare la qualità della nostra vita oltre a permetterci performance (sia muscolari che cognitive) migliori.

Come risulta evidente il concetto moderno di fitness quale “idoneità” ad esprimere il nostro potenziale attraverso la coltivazione delle nostre capacità racchiude elementi psico-fisici inestricabili.

Nel settore psicologico un concetto che ben coglie la complessità del termine fitness è l’Esperienza Ottimale (chiamato anche Flow nel mondo anglosassone) ossia quella particolare tipologia di esperienze che ci danno molta soddisfazione e che, se coltivate nel tempo, rendono le nostre vite più significative e gratificanti.

La teoria dell’Esperienza Ottimale è stata sviluppata dal prof. Mihalyi Csikszentmihalyi (si legge “cich-sent-mihai”) che, analizzando sistematicamente le descrizioni fatte da molte persone, identificò la medesima configurazione psicologica positiva a prescindere dalla tipologia specifica di attività svolta.

Più precisamente quando le persone decidono intenzionalmente di compiere una certa attività per il gusto stesso di farla (dagli sportivi agli amanti degli scacchi, da chi trova stimolante imparare a suonare uno strumento musicale a coloro che si immergono nel loro hobby preferito, ecc.) emergono le medesime caratteristiche esperienziali:

  • il totale coinvolgimento nell’attività stessa;
  • un bilanciamento tra il grado di difficoltà dell’attività e le competenze percepite;
  • una motivazione intrinseca (cioè si compie l’attività per il gusto stesso di farla);
  • una percezione distorta del tempo;
  • lo scopo dell’attività è chiaro;
  • il feedback nello svolgimento dell’attività è chiaro e immediato (si capisce facilmente e subito se si sta conducendo correttamente o meno l’attività);
  • la concentrazione è totalmente focalizzata sul presente (non vi è la possibilità che la mente sia nella sua modalità rivolta al passato o al futuro);
  • si ha un alto senso del controllo della situazione;
  • si perde il senso di auto-consapevolezza (sono assenti cioè pensieri relativi il peso del giudizio altrui).

Nel corso di quasi 40 anni la teoria dell’Esperienza Ottimale è stata largamente confermata anche transculturalmente attraverso decine di migliaia di questionari dimostrando che esiste uno specifico meccanismo psicologico umano alla base di queste esperienze che tendiamo a replicare per il valore positivo che ci inducono.

Parlando di fitness mi sembra particolarmente interessante esplorare la caratteristica del Flow relativa il bilanciamento sfide/capacità cioè il rapporto tra il livello di difficoltà/complessità delle attività ingaggiate e quello delle capacità percepite dal soggetto coinvolto nell’attività stessa.

grafico flow sci

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Dal grafico riportato è possibile comprendere che per replicare l’Esperienza Ottimale è necessario un equilibrio tra le sfide intraprese e le capacità che ci attribuiamo perché se siamo coinvolti in un’attività che rappresenta per noi delle difficoltà superiori rispetto le capacità che pensiamo di possedere saremo soggetti all’ansia (dis-stress dovuto alla mancanza di controllo e/o di prevedibilità degli eventi) mentre se al contrario stiamo svolgendo un’attività dove il grado di difficoltà è percepito come inferiore a quello delle nostre capacità la nostra esperienza sarà noiosa perché percepita come sotto il nostro controllo ma poco stimolante.

Naturalmente la configurazione che conduce al Flow si modifica nel tempo dato che mano a mano che viviamo esperienze ottimali incorporiamo nuove capacità. Dal punto di vista pratico ciò significa che la stessa attività dovrà aumentare di complessità/difficoltà per innescare la medesima configurazione esperienziale positiva.

Come rappresentato nel grafico, uno sciatore alle prime armi vivrà l’esperienza ottimale percorrendo la pista bianca ma dopo un certo numero di discese troverà la stessa pista noiosa per le nuove capacità acquisite quindi sarà spinto a cimentarsi in una pista più complessa (la pista blu) per ritrovare l’esperienza piacevole e positiva del Flow. Se si trovasse ad affrontare subito la pista nera proverebbe ansia mentre se continuasse indefinitamente a percorrere la pista bianca vivrebbe una sensazione di noia.

Il concetto di Esperienza Ottimale è molto connesso con quello di fitness perché richiede un continuo investimento psicofisico finalizzato al raggiungimento di un equilibrio dinamico potenzialmente minacciato da caratteristiche individuali e/o ambientali che possono alterare lo stato di benessere soggettivo (l’ansia o la noia).

Nel 2005 elaborai una tesi di dottorato con la supervisione del prof. Csikszentmihaliy, la tesi indagava il significato evoluzionistico delle Esperienze Ottimali ipotizzando che, a parità di altre condizioni, troviamo più attraenti dei potenziali partner che esprimono una frequenza maggiore di tali esperienze positive. In un campione italiano di 118 persone la tesi è stata confermata non solo perché sembra che siamo più attratti da coloro che vivono più frequentemente queste esperienze ma perché il grado di attrazione è direttamente proporzionale alla frequenza di queste esperienze vissute dal nostro potenziale partner (come dire… “più esperienze ottimali vivi più mi piaci”). Attualmente la stessa ricerca sta per essere replicata transculturalmente da una collega iraniana nel suo paese d’origine.

La fitness psicologica ha molto a che fare con il vivere esperienze impegnative ma non troppo stressogene dove percepiamo comunque una sensazione di controllo questa combinazione nel tempo produce un aumento delle nostre capacità che a loro volta generano il senso di soddisfazione e significato delle vite che stiamo conducendo.

Nel 2013 durante un convegno internazionale di psico-neuro-endocrino-immunologia (SIPNEI) ho ipotizzato, (grazie soprattutto ad alcuni recenti studi sul Flow delle neuroscienze) che chi ha frequenti esperienze ottimali ha maggiori benefici a livello del suo asse ipotalamo-ipofisi-surreni perché le esperienze ottimali attivano selettivamente anche una parte del cervello (corteccia prefrontale) che inibisce, cioè tiene a “freno” l’attivazione dell’amigdala.

Da tempo si sa infatti che l’amigdala è il centro neurale che innesca il comando d’ “accensione” dell’asse ipotalamo-ipofisi-surreni facendo produrre il cortisolo in eccesso fonte di molteplici problemi psico-fisici legati allo stress cronico.

Vivere più esperienze ottimali oltre a rendere le nostre vite più significative migliorerebbe quindi anche la nostra fitness dal punto di vista più direttamente fisiologico riducendo l’impatto negativo che l’iperstimolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surreni produce se protratta nel tempo.

 

FONTE: www.accademiadelfitness.com  N16 GENNAIO 2015